Ereditare la vita
1 aprile 2025
Dal Vangelo secondo Marco Mc 10,17-27
In quel tempo 17mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
“Maestro buono, cosa posso fare per ereditare la vita eterna?” (10,17) Se analizziamo la domanda di questo “tale”, analisi che per altro è Gesù stesso a fare, cosa scopriamo?
Dalla domanda possiamo capire il terreno, la terra dove siamo cresciuti, che ci ha formati “dalla giovinezza” (10,20). Possiamo però cambiare dal “terreno di rovi” al “terreno buono!” (4,7-8).
Questa speranza di cambiare è quella che cerca di trasmettere Gesù “fissando e amando” (10,21) questo “tale” innominato ma il cui nome ce lo consegna la ripetizione che troviamo nel testo e nel contesto, “un ricco” (10,22.23.25) che è sicuro di “servire Dio” ma non si accorge forse che sta “servendo mammona” (Cf. Mt 6,24).
Da Gesù impariamo così l’umiltà di sapere che “nessuno è buono” (10,18). “Il fratello ricco si glorii nell'abbassamento di lui...” (Cf. Gc 1,10) “Gesù da ricco che era si è fatto povero per voi....” (cf. 2Cor 8,9) Si tratta di ri-conoscere ciò che si è e ciò che si può diventare per gli Altri!
“Buono?”... “Se non uno: Dio”. Il rimando al Padre è già per quel “ricco” (10,25) una prima indicazione preziosa sull’unica fonte della possibile “bontà”. La “bontà” per Gesù non è il dato di partenza dei terrestri: “Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone...” (cf. Mt 7,11). Gesù ci insegna la consapevolezza della nostra propria cattiveria (Mc 7, 20-23) e il percorso del de-centramento e della spoliazione di sé, sola via che salva.
Alla domanda “Cosa posso fare?”, Gesù ci insegna la via del non fare: quattro “non” (10,19). La via che raccomanda Gesù è quella di curare il fare, e quindi il come eventualmente fare e il perché. Gesù risponde con la “conoscenza dei comandamenti”. Il “fare” per Gesù è un “conoscere” nel senso biblico del termine. Una dinamica che indica un lavoro che è amare profondamente l’alterità e il senso del limite: madre, padre, donna, uomo, l’alterità in sé stessi, ogni proprietà di altri, ogni verità altra (10,19). Legge che allora non è più “scritta solo su tavole di pietra ma diviene iscritta su tavole di cuori terrestri”. (cf. 2Cor 3,3) Chi può vantarsi di aver compiuto un lavoro così articolato e complesso? Eppure quel “tale” si vanta stoltamente di averlo fatto “dalla giovinezza” (10,20).
Può ricevere qualcosa da Dio chi ha “un cuore e un cuore”? (cf. Sal 12,3) Eppure la pazienza, altra caratteristica di Dio, fa sì che Dio dica e speri: “Darò loro un cuore unico e una via unica, perché mi temano tutti i giorni” (cf. Ger 32,39) Il cuore di quel tale, per ora, è evidentemente ostruito e assorbito dalle “molte ricchezze” come conclude Marco. (10,22)
Gesù cerca di aprire l’orizzonte del tale alla via salvifica ma “difficile” (10,24) della “mancanza”, quella della “vita” (10,17): “Una sola cosa ti manca” (10,21). Solo restare in questa postura, apparentemente scomoda certo, della “mancanza”, dei “poveri”, della “bassezza” apre alla vita!
Con il salmista ciascuno di noi può allora pregare con “il tale”, perché accada “l’impossibile” (10,27): “Unifica il mio cuore perché tema il tuo nome.” (cf. Sal 86,11) e “Mio Dio, questo io desidero: i tuoi comandamenti nel profondo delle mie viscere... perché ri-conosco e faccio tesoro dello scavo che Tu hai fatto nei miei orecchi” (cf. Sal 40,9.7)
fratel Giuseppe